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Non chiamateli tuberi i tartufi sono diamanti


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Amandola ed Acqualagna, la realtà della raccolta nelle aree protette Non chiamateli tuberi i tartufi sono diamantidi ANDREINA DE TOMASSIForse sta finendo l’epoca romantica, un po’ selvaggia dei cercatori di tartufi anarchici e solitari, ma più spesso sfrontati e guardinghi, che se ne andavano di bosco in bosco a cercare le pepite d’oro per rivenderle al nero. In genere era, e ancora è, una integrazione al reddito, un doppio lavoro, una “raccolta" sui terreni altrui, senza regolamenti ne’ leggi, a parte il tesserino d’ordinanza, neanche tanto difficile da conquistare. Oggi, il settore della tartuficoltura è importante per le Marche, e soprattutto gli imprenditori più moderni, ma ce ne sono pochi, stanno cercando un quadro stabile, con leggi certe, una ricerca scientifica garantita, puntano a una qualità totale, dove al primo posto ci sia la salvaguardia del territorio. Ci sono voluti anni anche solo per accennare a questi discorsi, e ci sono voluti due convegni per pronunciare finalmente certe verità scomode e urticanti. Il primo incontro si è svolto ad Acqualagna, nel pesarese, il secondo ad Amandola nell’ascolano. Vediamo di riassumerli per contenuti e punti essenziali.Prima di tutto, non chiamiamoli più “tuberi". Perché i tuberi sono patate, invece i tartufi sia quelli bianchi che quelli neri sono funghi ipogei, cioè sotterranei. E’ vero che in latino si denominano “tuber", ma non va tradotto alla lettera. Secondo, questi corpi fruttiferi sotterranei godono di un’andamento economico molto simile alla loro natura: siamo infatti nel pieno delle attività sommerse, al nero, e tra l’altro difficile da far emergere. Il tartufaio non rilascia ricevute, il commerciante non le chiede, i libri non sono in ordine, il mercato soffre per via di un monopolio troppo accentuato, le cifre volano in assoluta libertà, chi ci rimette? Il solito consumatore che è anche il solito cittadino che paga le tasse. Ma non è finita qui, sia ad Acqualagna che ad Amandola, negli affollati incontri di qualche giorno fa, si è sparato a zero sui tesserini: se ne danno troppi e in modo indiscriminato, inoltre, non si fa nulla per avvertire il consumatore della vera e propria truffa degli odori e dei sapori sintetici, costruiti in laboratorio, che nulla hanno a che spartire con l’odore e il sapore del tartufo fresco, pregiato o meno che sia.Ultima nota dolente, è il modo con cui vengono raccolti i tartufi, spesso non viene eseguita da esperti ma solo da improvvisati che usano la ruscella (una piccola vanga), strumento vietato dalla legge regionale, “arano" i territori e lasciano le buche scoperte; invece il cercatore dotato di buon senso, lavora con il cane (che possiede 200 milioni di cellule olfattive), e che lo aiuta solo ad induviduare il frutto, poi lo preleva con le mani, lo scrolla dalla terra, richiude la buchetta. Solo in questo modo si garantisce la ricrescita di altri frutti e si permette alle spore di rientrare nella terra. Elencati i temi principali, ora veniamo ai particolari dei due incontri.Nel convegno di Acqualagna, “Il Furlo a tavola", arrivato alla decima edizione, il sindaco Bruno Capanna, ha esortato i commercianti e i ristoratori a promuovere anche altri prodotti della zona, mentre Nico Giacomel il patròn dell’albergo ristorante “La Ginestra" del Furlo, ha sottolineato che è arrivato il momento di calmierare i prezzi e rendere trasparenti gli acquisti, solo così si tutelerà il consumatore e anche il ristoratore. Sono poi intervenuti gli accademici della cucina italiana, gli esperti della usl di Urbino, il comandante dei NAS di Ancona e, dulcis in fundo, Vilberto Stocchi dell’Università di Urbino e Gianluigi Gregori, responsabile del Centro sperimentale di tartuficoltura di Sant’Angelo in Vado. Questi ultimi due, veri esperti internazionali, sono anche gli autori dell’aureo libretto “Il tartufo nelle Marche" edito dalla Regione, in cui chi vuole, può trovare tutto sul prezioso fungo sotterraneo.E adesso, Amandola. Il convegno, dal titolo “Diamanti a tavola" e giunto alla 4° anno, organizzato dall’associazione tartufai dei Sibillini, dalla Comunità montana e dalla Proloco, ha avuto un andamento più di politica ambientale ecosostenibile, così inserito com’era nel vasto tema della produzione nelle aree protette. Dopo i saluti del sindaco Franco Rossi che non ha dimenticato di far cenno all’Appennino Parco d’Europa; Aldo Cosentino del Ministero dell’Ambiente ha annunciato la pubblicazione in primavera dell’Atlante dei prodotti tipici delle aree protette (parchi, riserve, oasi), redatto insieme a Slowfood e Legambiente; si è criticato l’abuso delle colture del girasole, che cancellano le vocazioni territoriali; l’assessore regionale all’Agricoltura Luciano Agostini, ha ricordato che le Marche sono un delicato scrigno di opere d’arte, teatri, paesaggi e culture enogastronomiche e che tutti questi valori vanno difesi e promossi in un progetto unitario, dentro una visione di politica ambientale e culturale. Anche Fabio Renzi di Legambiente ha insistito sui tranquilli flussi turistici che le aree protette possono conquistare solo se le politiche rispondono alla difesa attiva dei territori. Ha concluso con una raffica entusiasmente di proposte Avelio Marini, del Gal dei Sibillini. Tutta l’area appenninica dev’essere resa viva e vegeta, ha detto Marini, come già sta accadendo, dalle colture tipiche alla riscoperta di mestieri utili, come l’uso e la tintura delle lane, o il restauro dei mobili, dagli agriturismo biologici alla ristorazione di qualità, in un’incessante attenzione alle piante e agli animali. Infine, il tartufo, delle nove specie ammesse dalla legge regionale, ha ammonito, dev’essere solo un mezzo per far scoprire gioiosamente ai turisti cortesi le aree collinari e montane e non certo un fine di caduco guadagno solo per pochi.

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Inserito da Redazione Amandola.com il 11-11-2001

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