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Le Marche, terra di santi e beati


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Le Marche, terra di santi e beatiNella ”Chiesa trionfante” i rappresentanti della regione sono quasi cinquecentodi DOMENICO BARTOLINIQuesta mattina papa Pio IX entrerà ufficialmente tra le schiere di quella che una volta si chiamava Chiesa trionfante (ricordate il Raffaello della Stanza della Segnatura Apostolica?). E si troverà in buona compagnia. Incontrerà certamente una sua concittadina, Maria Crocifissa Satellico, una religiosa proclamata beata da Giovanni Paolo II. Subito dopo scambierà due chiacchiere con un paio di bei santi del XV secolo: due osservanti francescani, Marco da Montegallo e il più famoso Giacomo della Marca di Monteprandone, che come lui si preoccuparono del secolo, dimostrando che il cristianesimo è la religione dell’Incarnazione, della condivisione della condizione umana. I due francescani, infatti, furono i primi, nelle Marche, a mettere in piedi i Monti di pietà, unica efficace lotta contro l’usura che strozzava il popolo, e si adoperarono per pacificare i comuni rivali. E con Pio IX si complimenteranno San Romualdo, nel X secolo capostipite dei Camaldolesi e fondatore di Fonte Avellana (il vigoroso sant’uomo, amante di armi e cavalli, non è di razza marchigiana ma a Fabriano mise ottime radici e gettò buon seme) ed il beato agostiniano sant’Antonio di Amandola (vissuto nel 1300 e seguace di san Nicola da Tolentino). A Pio IX fu risparmiata, in extremis, la profanazione del corpo che invece subirono gli altri due, alla fine del Settecento, ad opera dei giacobini francesi. Ottanta anni dopo, gli eredi dell’anticlericalismo gallico, a Roma, assaltavano il corteo funebre che portava il corpo di Pio IX a San Lorenzo fuori le mura, al grido di «al fiume il porco!» Eh sì, ne avrà di mani da stringere il nostro Giovanni Maria Mastai Ferretti, perché la delegazione marchigiana della Chiesa trionfante è numerosa. Un libro pubblicato dalla Direzione didattica di Tolentino, nel 1966, quando era direttore Edmondo Casadidio (il libro potete consultarlo alla Biblioteca comunale di Macerata) conta, fra santi, beati e servi di Dio, ben 470 nomi, senza contare i 49 marchigiani morti in odore di santità. Oddio, nel novero ci sono anche san Pier Damiani e san Giuliano, che proprio marchigiani non erano, e poi la Guida liturgico-pastorale delle diocesi delle Marche (edizione 98/99) ne sfronda quasi la metà, ma la lista dell’agiografia picena è davvero lunga. Al primo posto, in ordine di tempo, troviamo san Marone, patrono di Civitanova Marche, e primo evangelizzatore del Piceno. Lo decapitarono dove adesso sorge la chiesa a lui dedicata. Nel primo secolo, a fargli da corona, ci sono altri petali nella rosa dei santi martiri marchigiani: Ciriaco, vescovo di Ancona, Emidio protettore di Ascoli, Geronzio a Fossombrone, Paterniano a Fano, Decenzio e Germano a Pesaro, Alessandro e Filippo a Fermo. E poi Venanzio, Pellegrino, Ercolano, Elviano, Vissa, Sofia, Palazia e Lorenza. Quasi tutti fecero le spese dell’editto di Valeriano (257 dC) che mandava a morte, senza processo, vescovi, presbiteri e diaconi. «Le Marche furono un ponte fra Oriente ed Occidente – dice il professor Sandro Petrucci, storico – e i nostri santi sono lì a confermarlo. Abbiamo santi che vengono dalla Palestina, come Ciriaco vissuto nel IV secolo, che secondo la tradizione era un rabbino giudeo, oppure Fiorenzo, Dioclezio e Sisinio, provenienti dall’Asia minore e martirizzati nei pressi di Osimo. E poi tutta la lunga serie dei martiri latini, a cominciare da Marone, che era un liberto romano». Fra i santi marchigiani fanno bella mostra, per numero e qualità, con il già citato san Giacomo in testa, i seguaci di San Francesco. «D’altra parte – ricorda il professor Antonio Petrelli, studioso di Civitanova – la riforma cappuccina ebbe la sua culla a Renacavata di Camerino». I “Fioretti di San Francesco”, poi, dicono testualmente: «La provincia della Marca di Ancona fu anticamente, a modo che il cielo di stelle, adornata di santi ed esemplari frati». Francescano fu san Serafino da Montegranaro (XVI sec.), tanto incolto in dottrina quanto grande nella carità e francescana era santa Veronica Giuliani, vissuta nel 1600 a Mercatello sul Metauro, che sta per essere proclamata dottore della Chiesa. Erano seguaci del Poverello di Assisi il beato Gabriele Ferretti, san Giuseppe da Copertino, protettore degli studenti, e i beati laici Zanfredini di Pesaro e Saziari di Fano. Frate minore osservante fu un beato di origine albanese che si venera a Camerino: Giorgio d’Albania, mercenario di Francesco Sforza. Si convertì sentendo una predica di San Giacomo della Marca, e morì a Morrovalle nel 1460.Anche le donne marchigiane fanno la loro figura lassù in Paradiso: oltre a Maria Goretti c’è la beata Camilla Gentili, madre di famiglia di Camerino, la beata Mattia di Matelica, Margherita della Mètola di Urbino, la badessa Sperandia di Cingoli, Assunta Pallotta di Ascoli, morta in Cina agli inizi del secolo e tante altre.Con tutti loro, il nbeato Giovanni Maria, oltre a qualche particolare biografico, avrà una cosa fondamentale in comune, quella solo per la quale la Chiesa venera lui e i suoi compagni di viaggio. E’ un monito di san Benedetto, inciso in una lapide di un pilastro dell’Abbadia di Fiastra: «Non bisogna anteporre nulla all’amore di Cristo».

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Inserito da Redazione Amandola.com il 03-09-2000

COMMENTI

1 Commento all'articolo.
  • 1 gorgio peppone 18 novembre 2009 alle 15:48

    che bello,che sckifo,anzi che bello sckifo

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